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Viaggi nel tempo - Viaggiare in bici |
Altro
che motore all'idrogeno. Il mezzo ecologico per eccellenza esiste da più di
cento anni, ed è la bicicletta.
Girando in bici è sempre sorprendente scoprire come si possono fare chilometri
con ben poco sforzo e ritrovarsi in poco tempo da una parte all'altra della
città. E' anche sorprendente scoprire che un ciclista che fa la tua strada
arriva a destinazione nello stesso tempo di te in macchina. Certo sarebbe
necessario che a Roma non ci fossero macchine o quasi, sparissero i
sampietrini e fossero spianate
le salite.
La bici con noi
Esisteva però un tempo in cui la
bicicletta faceva parte della vita quotidiana, non della vita artificiale
legata al tempo dello svago e degli hobby. Lo capivi per esempio dalla
frequenza con cui trovavi negozi che riparavano le bici, se foravi in citta
era sufficiente camminare un po' con la bici a mano per trovare un negozietto,
di solito gestito da qualche pittoresco artigiano, con il locale pieno di
biciclette di tutte le epoche. Facevano parte della vita di tutti i giorni
anche una serie di modi d'uso e convivenza con il mezzo interiorizzati gia
dall'infanzia. Per esempio come si fa a portare una bicicletta a qualcuno
andando in bicicletta? Semplice, si guida con una mano e si tiene a fianco
quell'altra. Certo, serve un po' di agilita, soprattutto in curva o quando e
necessario frenare o fermarsi, ma il dominio completo del mezzo faceva parte
della dotazione standard di qualsiasi ragazzo dell'epoca e, una volta
conquistato, non si perdeva piu'.
Altra abilità ai limiti del virtuosismo era quella necessaria per portare una bicicletta oversize, per esempio una 28" da uomo, con la canna, quando avevi 8 anni ed eri alto un metro e venti o giu' di li', e non solo non arrivavi ai pedali, ma neanche riuscivi ad arrampicarti sulla sella. Allora si faceva cosi, si metteva la bicicletta di traverso, e si faceva passare una gamba sotto alla canna, ad inforcare il pedale opposto, poi si partiva mantenendo la bicicletta inclinata, e sfruttando il noto effetto giroscopico per il quale una bicicletta, quando parte, sta miracolosamente in piedi e non è facile farla cadere.
In effetti un ricercatore pazzo degli anni '60 si era impegnato nella realizzazione della URB, unbearable bicycle, per cercare di scoprire quale principio tenesse su la bicicletta, procedeva togliendo un elemento alla volta per cercare di ottenere una bicicletta che ti faceva cadere non appena partito. Mi pare che arrivò al terzo prototipo, chiamato URB3, che aveva credo ruote piccolissime ed ellittiche, per raggiungere così lo scopo, e pubblicare tutta la ricerca su Scientific American.
Una bicicletta per
due

Altra abilita opposta era invece quella di dare un passaggio a qualcuno,
adulto, celebrata in tanti film degli anni '60, come
Il ferroviere, o anche successivi, come
Ricomincio da tre di Troisi, con Arena
che si faceva "leggiero leggiero" . Il sistema classico richiedeva una
bicicletta con la canna, una persona da portare (solitamente ragazza o donna)
con il sedere naturalmente imbottito (in alternativa era possibile mettere un cuscino sulla canna), una buona preparazione atletica (per le salite, ma in
alternativa si poteva scendere ed andare a piedi, perdendo però parecchi punti
con la passeggera), e un buon senso dell'equilibrio, dopodiché la ragazza
sulla canna risultava veramente molto vicina, quasi avvolta tra le braccia, in
una piacevole intimità.
E se la canna non c'era? Ai tempi delle bici di taglia piccola, tipo Graziella, qualche ragazzo spericolato ha trovato la soluzione, si saliva a piedi uniti sul piccolo portapacchi. le mani sulle spalle del pilota e, sempre sfruttando la fantastica stabilita' giroscopica del mezzo e la concentrazione del peso in un punto, si andava ancora piu' comodamente, ma, naturalmente, a rischio della testa nel caso non remoto di caduta, macchina che taglia la strada o apre all'improvviso lo sportello e cosi' via.
Lo zen e l'arte
della manutenzione della bicicletta
Poi c'erano gesti usuali, come umidificare con la saliva il pirulino della
valvola della camera d'aria se era bloccata, oppure prendere tra le gambe la
ruota anteriore per rimettere in asse il manubrio, rimettere nella corona la
catena quando usciva, rivoltando la bicicletta a ruote in su e lottando con le
inevitabile macchie di "morchia" (il grasso nero con il quale si lubrificava
la catena) oppure la operazione con la quale si ripristinava il fermo finale
del cavo dei freni, un pallino di piombo alla fine del cavo di acciaio. E
strumenti persi nel tempo, come la potente
pompa da terra, quella che stava in piedi da sola su un
piccolo treppiede e si usava con due mani, e poteva gonfiare anche le gomme
dei motorini.
Niente
a che vedere con le attuali pompe tecnologiche, pressoché inutilizzabili
perché sostituiscono il cavetto filettato di tessuto (che evidentemente
sembrava troppo old style) con un incavo per la valvola da tenere a pressione.
Il problema e' che servono tre mani delle quali una, quella che tiene la
pompa pressata sulla valvola, dotata della forza sovrumana di una morsa.
Purtroppo nella attuale era del pensiero unico si trovano praticamente solo pompe di questo tipo, progettate evidentemente da un ingegnere non del tutto
sano di mente, mentre quelle altre si trovano solo come residuato da qualche
ciclista fuori dal tempo. D'altra parte la pompa a mano e' comunque un
oggetto residuale, da sostituire quanto prima con un compressore elettrico a
pressione controllata. E non parliamo neanche dei tristi epigoni in plastica
delle pompe da terra, fabbricate in qualche remoto paese orientale, anche
queste a pressione, che reagiscono a una energica pompata esplodendo e
lasciando il bocchettone incollato alla valvola e il tubo guizzante per aria.
Oppure ancora la borsettina da fissare sotto la sella, contenente le chiavi
inglesi e i mitici tip top per riparare in fretta le forature. Mitici perché nessuno ne ha mai usato uno, se
si forava si cercava un ciclista e se proprio non si trovava si tornava a casa
a piedi, magari salendo sulla bici di un amico, mentre un terzo guidando con
due biciclette si trascinava il mezzo inutilizzabile.
La libertà di scelta

C'era una ben scarsa scelta (ma in un insieme sterminato di marche). Tanto
per cominciare esistevano solo due modelli di telaio, quello per uomo con la
canna e quello per donne e preti senza canna. E quello con la canna esisteva
soltanto per distinguersi e tagliare fuori chi andava in giro con la gonna,
perché se un telaio era abbastanza rigido anche senza canna, perché questo non
diventava il modello universale? Il motivo e' che un uomo, e soprattutto un
ragazzo, mai avrebbe acquistato una bicicletta da donna, al massimo la poteva
inforcare con nonchalance e ostentata superiorità per qualche breve tragitto,
chiarendo nello sguardo distaccato che avevo preso la prima bicicletta di casa
che gli era capitata, che lui era superiore a questi dettagli. Ma quando
c'era da fare sul serio aveva la sua bici, con il cambio e tutto il resto. Si
perché le biciclette da donna non avevano mai il cambio, perché le donne
erano più forti e potevano fare le salite con il rapporto standard. O forse
perché le donne andavano sempre piano e nelle salite non trovavano
disdicevole scendere e proseguire a piedi. Non si e' mai saputo il motivo. A
parte il telaio le varianti risiedevano nel manubrio, nel cambio, e quindi nel
carter, nei parafanghi.
I manubri in pratica erano di tre tipi, larghi da turismo o da donna, stretti e a corna di bue, di tipo sport, arcuati e bassi da corsa. Il terzo tipo, scomodissimo, era solo per fanatici o veri sportivi, il secondo era accoppiato con la bici di tipo sport, con cambio, il primo obbligatoriamente con la bicicletta da uomo, monomarcia, carter chiuso (e quindi sicuro per i pantaloni larghi) e di solito nera. Anche i parafanghi erano accoppiati, solo quello anteriore variava, corto una decina di centimetri sotto il fanale per il tipo sport, ampio e in grado di sfidare il fango per il tipo uomo. Il tipo corsa ovviamente doveva essere privo di parafanghi e di luci, ma qualcuno azzardava il montaggio del manubrio ricurvo su una bici sport.
L'invidia della moto
Certo per chi andava in bicicletta non era facile stare dietro a qualcuno in
motorino, non dico in moto. Al massimo si poteva prendere un passaggio.
L'amico in motorino guidava piano e quello in bici si attaccava al
portapacchi o a un braccio e si faceva trascinare. Ovviamente senza casco,
nessuno dei due, ma a noi pensava sempre Santa Pupa. Divertente era staccarsi
in curva, quello col motorino girava da un lato e quello con la bici sfruttava il momento
sfrecciando per qualche decina di metri come se fosse in discesa. Ah già, le
discese e l'ebbrezza della velocità sfrenata, che aumentava sempre di più, 30
all'ora, 40 all'ora, 45 all'ora, e in lontananza la strada faceva una curva,
coperta da insidioso brecciolino ... Ma la moto si poteva anche imitare, per i
ragazzini più fantasiosi, puntando alla sua caratteristica più notevole: il
rumore. Bastava mettere un pezzetto di cartone tra i raggi e in velocità si
poteva simulare un 50 a due tempi. Ma per un rumore forte, quasi assordante,
da due tempi smarmittato, e soprattutto per un effetto duraturo, ci volevano
pezzi di plastica dura, ben fissata ai raggi. Certo la bici si frenava un
po'.
I grandi invece seguivano un altro sistema, mettevano un piccolo motore a scoppio tra i pedali e la catena (il Mosquito della Garelli degli anni '40, quando io ero piccolo era praticamente estinto) oppure c'era il bizzarro sistema francese, un motore che trasmetteva il moto con un rullo alla ruota anteriore. Era il Velosolex, bastavano però un po' di foglie morte in autunno per eliminare l'attrito e fermare il Velosolex.
La bicicletta nell'era beat
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La ventata di
novitaà e' arrivata con le bici pieghevoli tipo
Graziella ricordate prima. Era un
momento creativo un po' in generale, la seconda metà degli anni '60,
l'era del beat, tutto doveva essere moderno, e qualcuno lanciò un nuovo
tipo di bicicletta, pieghevole, che poteva stare nel bagagliaio della
macchina. La bicicletta quindi da mezzo di trasporto in proprio, quasi
unico, poi sempre più relegato in basso come immagine, veniva
riqualificata ufficialmente come mezzo di svago (da ricordare la canzone
di Jannacci "Prendeva il treno per non essere da meno": diceva "ma
tu come vai al lavoro, in bicicletta? Ma non e' fine, ti credevo un gran
signor, prendeva il treno per non essere da meno, prendeva il treno per
quel grande, assurdo, amor"). La Graziella e le sue decine di
tentativi di imitazione, avevano un telaio unisex, a canna maggiorata,
ruote piccole, da 20 o 24", un po' come la macchina simbolo di quegli
anni, la
Mini, che aveva piccole ruote su cerchi da 10", ma gomme grandi anti buche. |
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L'oblio
Dopo la Graziella
ci furono 10 anni o poco più di oblio, con la bicicletta relegata a mezzo per
bambini (non ragazzi, perché ormai andare in giro liberamente per strada era
diventato più pericoloso di uno sport estremo, tipo deltaplano o parapendio,
e oltretutto andare in bicicletta denunciava o età o soldi insufficienti per
il motorino), i bambini infatti potevano accontentarsi di brevi giri in parchi
protetti, a fianco del genitore che rispolverava la sua vecchia bici, ma certo
non aveva per quell'uso problemi di prestazioni.
La riscossa
Poi arrivarono gli americani con le mountain
bike, assurde, pesanti e scomode per l'uso comune, senza
parafanghi col fondo bagnato ti sporcavi fino ai capelli, ma erano una
ventata di novità e soprattutto, esteticamente belle. Anche la bicicletta
diventava finalmente uno status symbol,
un elemento di distinzione, materiali esclusivi ripresi dalla Formula 1,
gamma di accessori, e soprattutto un prezzo che sfidava quello di una moto,
praticamente il SUV delle biciclette.
Definitivamente inutile oggetto di svago, giocattolo per adulti, per giunta
confortati dai benefici effetti sulla salute, poteva nuovamente essere
sfoggiata a testa alta. E così in qualche modo do la bicicletta e' arrivata
faticosamente anche al terzo millennio
(!) e qualche temerario praticante di sport estremi la usa anche per andare in
giro per Roma, magari addirittura
al lavoro.
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